04 giugno 2010

Linux baby sitter

Raul Midon - State of Mind

Stefano Benni - Elianto

(Stefano Benni - Elianto)

C'era un gran rumore negli universi. Generazioni di stelle nascevano e
morivano sotto lo sguardo di telescopi assuefatti, fortune
elettromagnetiche venivano dissipate in un attimo, sorgevano imperi
d'elio e svanivano civiltà molecolari, gang di gas sovraeccitati
seminavano il panico, le galassie fuggivano rombando dal loro luogo di
origine, i buchi neri tracannavano energia e da bolle frattali
nascevano universi dissidenti, ognuno con legislazione fisica
autonoma. Ovunque si udiva il grido angoscioso di schegge, brandelli,
filamenti, scampoli, frattaglie chimiche e asteroidi nomadi che
cercavano invano l'intero a cui erano uniti fino all'istante prima.
Era un coro di orfani e profughi spaziali, in fuga verso il nulla con
un muggito di mandria terrorizzata. Fu in questo scenario di divorzio
universale che un giovane ardito atomo di ossigeno si slanciò dal
trapezio della vecchia molecola per volare verso un nuovo trapezio,
dove lo attendeva un atomo di idrogeno per una nuova eccitante
combinazione. Ma, dopo un triplo salto mortale, l'atomo acrobata mancò
per un nonnulla le braccia protese dell'idrogeno-porteur, e precipitò
nel vuoto sidereo con un urlo angoscioso. L'atomo di ossigeno era il
nipotino preferito di una gigantesca stella Supernova che, impazzita
per il dolore, puntò la sua massa contro una piccola galasia
lenticolare, e già si attendeva il lampo e lo schianto di un miliardo
di stelline, quando improvvisamente si fece un gran silenzio. Tutto
nei cieli si fermò. Tutto, a eccezione di un leggero brivido nella
periferia di una galassia situata più o meno nella Zolla delle Due
Orse. Quì c'era un pianetuccolo orbitante insieme a otto compari
attorno a una stella di media grandezza. Detto pianetuccolo aveva un
satellite naturale e migliaia di satelliti succedanei: biglie
aculeate, bozzoli stronziformi e barattoli imbandierati lanciati in
orbita per chissà quale rito o mania. Questo satellite naturale,
pallido e foruncoloso, che nella lingua planetoide è detto "luna"
(Liu-nah), un tempo ispiratore di grandi afflati e imprese spaziali,
era rapidamente tornato al suo ruolo di fondale per efusioni.
Purtuttavia, per senso del dovere e in ossequio agli equilibri
gravitrazionali, anche quel giorno arrancava faticosamente sul
rettilineo un pò sghembo della sua orbita, verso una particolare
posizione che raggiungeva all'incirca una volt al mese, e di cui
andava orgoglioso. In questa posizione il satellite, che era buio e
spento, riceveva in pieno i raggi della stella Sole (Shoo-leey)
apparendo luminoso e splendente. Rimandava quindi sul pianetuccolo
(Tee-rrah) la suddetta radiazione spacciandola per roba sua. In tal
modo i suoi grigi deserti e i miseri crateri apparivano quanto mai
affascinanti. Questa fase era detta del "faccione" o di luna piena. Al
suo seducente verificarsi, dalla biosfera indigena del pianetuccolo si
levò un coro entusiasta: le rane gracidavano, i grilli vibravano, i
mannari ululavano, i paranoici deliravano, i poeti versificavano, le
lattughe incrementavano, le anguille emigravano.


http://lerubrichedimavaffanculp.blogspot.com/2009/04/stefano-benni-elianto.html

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