27 agosto 2012

Linux: How to export Google Chrome passwords to CSV file

Original Post: Linux: How to export Google Chrome passwords to CSV file 

Having spent some time googling for a way to export Chrome passwords to an external file to my surprise I could not find a straightforward solution that would work irregardless of the version of Chrome/Chromium. Finally I have found this page which provided the key to the solution.
Older versions of Chrome/Chromium for Linux stored unencrypted passwords in an SQLite database under:
### Google Chrome:
    ~/.config/google-chrome/Default/Login Data

    ### Chromium:
    ~/.config/chromium/Default/Login Data
In newer versions of Chrome this file is still present, but the passwords are not there anymore - they are stored using the encrypted password storage provided by the system, either Gnome Keyring or KWallet, which means that simply dumping the tables will not work.
The method below relies on forcing Chrome to use a temporary profile folder in combination with unencrypted password storage. This approach will not affect your current Chrome profile in any way.
So, to export your passwords to a human readable text file:
  1. Connect to your Google Account in Chrome Settings so that your passwords are synched with the Google cloud storage. Make sure that you have ticked Passwords in Advanced Sync Settings.
  2. Wait for a while until the data is synched, and then close all the Chrome windows.
  3. Start Chrome using one of the two command lines below. The easiest way to figure out whether you are using Google Chrome or Chromium is to look at the icon — Google Chrome has a green-red-yellow icon , while the Chromium icon is in shades of blue . As an alternative, click the spanner icon in the top right corner and select About Chrome/Chromium.
    ### Google Chrome
        google-chrome --user-data-dir=/tmp/chrome-tmp --password-store=basic
    
    ### Chromium
        chromium --user-data-dir=/tmp/chrome-tmp --password-store=basic
    
    This will launch Chrome with a custom profile folder without affecting your current profile.
  4. Setup Google Synching for the new temporary profile and make sure that all the passwords are restored from the Google cloud storage by verifying they are there under Settings → Personal Stuff → Manage Saved Passwords. If they do not appear there, then wait a couple of minutes until they are pulled from the cloud.
  5. Exit Chrome.
  6. Next, open a terminal and change to the newly created Chrome profile
    cd /tmp/chrome-tmp/Default
    
  7. Now, open the Login Data SQLite database using the sqlite3 command line utility and dump the logins table. For this to work, you need to have sqlite3 installed on your system.
    sqlite3 'Login Data'
    
  8. Next, at the SQLite prompt enter the commands below. For help on available commands type .help at the prompt.

    .mode csv               # other options are `html', `tabs', etc.
    .headers on
    .separator ","
    .output chrome_passwords.csv
    select * from logins;
    .exit
    
Now you should have a file named chrome_passwords.csv containing all your Chrome passwords. To open it with LibreOffice, type:
libreoffice --calc chrome_passwords.csv

25 agosto 2012

Il Crocevia compie 10 anni

Original post: Il Crocevia compie 10 anni
 

 

SENZA LOTTA NON SO ESSERE FELICE
CENTRO SOCIALE CROCEVIA
SETTEMBRE 2002 – SETTEMBRE 2012

“Ad Alessandria come in qualsiasi altro luogo, la liberazione di spazi in disuso significa disobbedire. Disobbediamo oggi con Carlo nel cuore, così come continueremo a disobbedire domani all’infamia della Bossi-Fini, ai patti scellerati tesi a smantellare i diritti dei lavoratori e diserteremo a tutti gli ordini di guerra. Continuiamo a disobbedire alla società del controllo, alla manipolazione del pensiero, alla privatizzazione di ciò che ci appartiene. Forti delle nostre idee resisteremo a qualsiasi tentativo di sgombero, verso l’altro mondo possibile già in cammino, da Seattle a Genova, da Genova ad Alessandria”.
Con queste parole il 3 settembre 2002 presentavamo alla città di Alessandria l’occupazione del Centro Sociale Crocevia all’interno di una fabbrica abbandonata in via Lumelli. Eravamo i  Disobbedienti, figli e figlie della straordinaria mobilitazione contro il G8 a Genova. Militanti, giovani lavoratori, studentesse e studenti che dal settembre 2001 erano protagonisti in città delle manifestazioni contro i venti di guerra post-11 Settembre e delle prime opposizioni contro la riforma Moratti,  che chiedevano ostinatamente un nuovo protagonismo dentro le scuole e che vissero nel 2002 un 25 aprile di resistenza al razzismo dell’allora sindaco Calvo. Da ciò emerse in noi una nuova consapevolezza: la necessità di avere uno spazio da autogestire, che diventasse luogo di incontro e scambio per tanti e diversi e che desse continuità e corpo alle nostre lotte. Da qui nacque il Crocevia, uno strumento e non il fine per chi tutti i giorni costruisce un mondo più degno e umano. Crediamo che proprio questo sia e sia stato il Crocevia. Megafono per denunciare i crimini della guerra e di chi specula su morte e distruzione. Un laboratorio per gli studenti che hanno attraversato liberi e ribelli le strade di Alessandria, dalla mobilitazione contro la Moratti all’occupazione dell’Università a Palazzo Borsalino, dalle lotte per il Tesserino Studentesco alle oceaniche manifestazioni dell’Onda contro la Riforma Gelmini. Un detonatore per le lotte legate alla riconquista del reddito, per la fruibilità dei diritti di cittadinanza. Un luogo in cui condividere e autorganizzare la propria rabbia per tutte le famiglie che vedevano calpestato il proprio diritto ad avere una casa. Un amplificatore delle lotte in difesa dei beni comuni, dell’ambiente, della cultura e della democrazia, contro inutili opere: dall’impianto di bioetonolo a Rivalta Scrivia, allo squallore che sta vivendo il Teatro Comunale di Alessandria, dal diritto all’Acqua Bene Comune a tutti questi anni di lotta  contro il Terzo Valico. Uno spazio in cui non si respirasse area fetida di razzismo, sessismo e fascismo, ma che fosse vero esperimento sociale di contaminazione e meticciato. Un palco che permettesse ai giovani artisti di Alessandria di esprimersi e presentare la propria arte, la propria musica, le proprie idee, liberamente e senza censure.
Insomma, il Crocevia doveva essere e crediamo sia stato in questi anni complice di tutte le lotte che ad ogni livello territoriale si ponevano l’obiettivo di costruire una società giusta e libera e di sabotare ogni forma di ingiustizia e imbarbarimento.
A dieci anni di distanza, vogliamo festeggiare insieme alle donne e agli uomini che hanno fatto, vissuto, attraversato il Crocevia nell’unico modo in cui siamo capaci: in lotta e in movimento! Dieci anni dopo sogni e bisogni non sono cambiati, sono solo aumentate la nostra consapevolezza e la nostra determinazione a percorrere ogni strada verso quello che chiamavamo “l’altro mondo migliore e possibile”.
E siamo entusiasti di poter festeggiare questo decennio al fianco delle comunità locali piemontesi e liguri che si stanno ribellando contro l’imposizione di quell’opera inutile, oscena, devastante conosciuta come Terzo Valico. Essere ad Arquata durante il tentativo di esproprio dei terreni, essere alla meravigliosa manifestazione del 26 maggio 2012, poter essere a disposizione di quelle persone è ciò che alimenta e dà senso al nostro essere Crocevia. Strumento e non fine.
Nei prossimi mesi vogliamo creare iniziative che ripercorrano questi anni passati insieme.
Cominceremo il 15 Settembre 2012 con una grande festa al Centro Sociale Crocevia. Dalle ore 21.30 i nostri compagni di strada degli Inspector, dei Murderhead e dei Bullet Trotter, gruppi che da sempre sostengono in prima linea il Crocevia e le sue lotte, apriranno il grande concerto degli LNRipley*. Un’approfondita mostra fotografica ripercorrerà questi anni, insieme a spazi multimediali e ad angoli video. Abbiamo provato a dare uno spaccato delle spinte che ci hanno animato, delle strade che abbiamo percorso, delle gioie e delle sofferenze che hanno costruito questa storia.
La storia di tutti noi, di chi ha vissuto e attraversato il Centro Sociale Crocevia e le lotte dell’Alessandria ribelle.
Ma come è sempre stato, il bello viene adesso. Perché ognuno di noi senza lotta non sa essere felice.
*LNRipley
LNRipley è una band che nasce dai linguaggi delle produzioni dubstep e dnb.
Li contamina con influenze diverse e porta dal vivo un set di energia pura, suonando tutto live, con una missione ben precisa: scatenare il dancefloor per fare ballare anche i sottobicchieri.
L’approccio non è quello di una band tradizionale, ma piuttosto quello di un deejay che plasma il flusso sonoro in base alle reazioni della pista: dubstep con metal ,drum and bass con punk, elettronica ma anche pura tecnica!
Basso Contrabasso elettrico, batteria, macchine e un frontman scatenato che dal vivo non prendono prigionieri: velocità e pulsazioni da rave, con un approccio lo-fi e deciso agli strumenti.
Il suono ipnotico e potente della notte torinese di ” the dreamers” al Puddhu Bar è la sua fonte di ispirazione più cristallina.
Premiati come migliore rivelazione indie-rock al MEI 2007, insieme al Teatro degli Orrori, mentre nel 2008 il loro video Red in my eye vince il premio PIVI (premio video indipendenti).
Il vinile white label con il remix della loro cover di “killing in the name” dei Rage Against The Machine è un piccolo culto nel circuito dei migliori club drum and bass inglesi ed europei, ed è andato sold out in breve tempo.
Hanno all’attivo due album: L’omonimo LNRIPLEY registrato in una sola settimana, interamente in presa diretta, il secondo intitolato”PACKAGES” distribuito attraverso l’estenuante USB ALERT TOUR 2010/2011 dove il gruppo ha invitato il pubblico a portare ai concerti la propria chiavetta o dispositivo usb su cui ricevere gratuitamente e direttamente dalla band i nuovi brani con relativo artwork: un passaggio di dati e musica dopo lo scambio di sudore ed energia del live. Per questa idea ricevono il premio all’innovazione musicale 2010.
Dopo un continuo apprendistato a base di esplosivi live set su e giù per lo stivale, questo 2012 li vede uscire con il loro nuovo Ep, Bluroom Box 1, in vendita esclusivamente sui circuiti interattivi.
Cinque tracce ad altissimo voltaggio, fra atmosfere dubstep made in UK, sonorità neurofunk, e il contributo del vocalist, Mc Victor, che impreziosisce ogni singolo brano prodotto.

13 agosto 2012

Vogliono riaprire i manicomi: riapriamo un dibattito sulla sofferenza mentale



Original Post: Vogliono riaprire i manicomi: riapriamo un dibattito sulla sofferenza mentale di LORIS NARDA


É stata appena approvata dal senato una norma di riforma della legge Basaglia (legge 180) che sostanzialmente riapre la strada a processi neo-manicomiali attraverso la nascita di trattamenti sanitari obbligatori di durata semestrale rinnovabili per altri sei mesi (oggi sono 7 giorni rinnovabili di altri 7), dunque molto lunghi [leggi qui]. Vediamo ritornare una logica che porta di nuovo a percorsi in cui chi sta male viene sradicato dalla sua vita e ospedalizzato (intendendo con questo l’aggiunta di dolore e sofferenza oltre la malattia in corso), sostanzialmente messo in una discarica sociale dove non possa essere di disturbo a nessuno.
Di fronte a questi tentativi di far ritornare le pratiche psichiatriche a prima della chiusura dei dispositivi manicomiali (di cui in realtà una parte è rimasta intatta fino ai nostri giorni: gli OPG, ospedali psichiatrico giudiziari) non si può non cogliere l’occasione per ricominciare a parlare dopo tanti anni di battaglie e vertenze che possano riprendere anche in questo campo, come poderose e ricche sono state durante tutto il ventennio dei ’60-70′ in Italia e non solo, costola del più vasto movimento di ricomposizione sociale e politica di quegli anni.
E non si può non ripartire proprio dalla riforma Basaglia, che prevedeva tutta una serie di servizi territoriali rimasti completamente sulla carta, che avrebbero dovuto riportare il “malato” all’interno del suo contesto di vita facendolo uscire dai manicomi che ormai a vista di tanti di “terapeutico” avevano ben poco. Ultimamente le cose sono anche peggiorate con i primi tagli alla sanità che guarda caso hanno riguardato psichiatria e tossicodipendenze.
Inoltre sugli OPG e la loro riconversione in strutture più piccole e sparse sul territorio si gioca anche una partita sulla possibilità di conoscere come funzioneranno, se saranno inserite in contesti abitativi o al contrario isolate dalla vita sociale, se qualcuno potrà entrare dentro a verificare le condizioni di vita dei pazienti.
Insomma, il tema degli OPG sarà un pezzo importante della questione più generale dell’assetto dei servizi di salute mentale, all’interno della quale si colloca la proposta di riforma del senatore del PDL Ciccioli.
A questo punto però bisogna fare un passo indietro, provando a capire dalla genealogia di una serie di pratiche politiche e teoriche in quale direzione debbano muoversi oggi le battaglie in questo campo, laddove distinguere tra normalizzazione, controllo e processi di soggettivazione nelle pratiche terapeutiche deve essere uno dei nostri primi obbiettivi.
I corsi al Collège de France di Michel Foucault possono essere un’ottima traccia di analisi delle pratiche discorsive e di potere della psichiatria e delle istituzioni manicomiali.
Uno di questi corsi, ”Il potere psichiatrico” (edito da Feltrinelli), può essere considerato una pietra miliare per chi si avvicini ad una critica radicale di queste pratiche, laddove partendo dall’analisi dei manicomi di inizio ’800 Foucault riesce ad individuare molto bene quale sia il campo di battaglia che si viene a determinare all’interno di queste strutture.
Da un lato i malati e dall’altra i detentori del nascente sapere-potere psichiatrico che avevano come compito unico quello di far accettare, di far prevalere sui folli il principio di realtà dei quali erano portatori, messo sul piatto come un principio neutrale e “tecnico” e che sostanzialmente vedeva il lato terapeutico come la vittoria di questa visione sulle resistenze del malato.
E dunque via con una serie di regole “morali” che lo psichiatra deve seguire per piegare la volontà del malato e trascinarla con queste doti nell’unica visione della realtà possibile (secondo lo psichiatra), ed individuando in queste strutture il dispiegarsi di una microfisica del potere disciplinare che lentamente si affianca alla molarità del potere di sovranità.
Ovviamente il manicomio non è che una delle strutture nelle quali è possibile analizzare il passaggio al potere disciplinare, ma all’interno delle quali il campo di battaglia pare delineato con particolare chiarezza e profondità; non a caso una serie di concetti come governamentalità e biopotere trovano la loro genesi sia in questo corso che ne “Gli Anormali” per poi essere pienamente sviluppati nel trittico di corsi degli anni immediatamente successivi “Bisogna difendere la società”, “Sicurezza,territorio,popolazione” e Nascita della biopolitica”, e da “Sorvegliare e punire” scritto nel 1975.
Dunque la nascita della psichiatria nelle istituzioni manicomiali ci mostra l’intreccio inestricabile tra imposizione di un potere e “terapeutica” di quelle pratiche, dove essendo pratiche relazionali e dunque di formazione di soggettività nulla possono avere di neutro, ma c’è sempre un campo di battaglia tra la normalizzazione e le resistenze per la sovversione di questa normalizzazione.
Tornando all’oggi la nostra critica deve puntare molto anche sulla prassi di terapia della “parola” (meglio della relazione) che Deleuze e Guattari avevano individuato come prosecuzione della psichiatria fuori dai manicomi, in una capillarizzazione nella società.
Qui il testo che meglio ci può aiutare a capire è senza dubbio “L’anti-edipo”, dove viene smontato tutto l’apparato freudiano del “teatrino di Edipo”, laddove molto lucidamente i due autori riconoscono a Freud la scoperta dell’inconscio, purtroppo immediatamente rinchiuso e ripiegato sul familiarismo e sul privato del triangolo edipico mamma-papà-bambino, che spezza il legame immediatamente sociale della produzione di desiderio e dei meccanismi dell’inconscio.
Alla scena teatrale del mito di Edipo viene sostituita una visione dell’inconscio come fabbrica di produzione del desiderio, come assemblaggio di “macchine desideranti” che rimandano immediatamente oltre l’ambito familiare verso un campo del sociale e dunque della storia e della politica altrimenti tagliati completamente fuori nella pratica psicoanalitica (di psicoterapia più in generale) dove non esiste rapporto tra quello che avviene sul lettino e quello che avviene fuori, tra una serie di concetti metafisici e a-storici come quelli dell’Edipo e una follia intrinsecamente politica.
Tuttavia non dobbiamo nasconderci che a oggi la psicoterapia in Italia sia rimasta in una piccola cerchia di persone altamente scolarizzate e con disponibilità economiche non da poco visti i suoi costi, e che invece le strutture nate dopo la 180, ovvero i Centri di Salute Mentale, siano nient’altro che dei distributori di psicofarmaci con una presenza di psicologi ridicola rispetto al numero di pazienti e molti psichiatri completamente a digiuno di psicoterapia, quindi anche incapaci di indirizzare verso queste pratiche terapeutiche i propri pazienti.
E qui si apre una situazione in cui bisogna riuscire ad evitare sostanzialmente due posizioni: da un lato il pregiudizio diffuso verso l’efficacia di queste pratiche (che lasciano come uniche forme terapeutiche i farmaci e i ricoveri), dall’altro la neutralità di un eventuale welfare psicologico, che si inserisce in un dibattito più ampio.
Cosa sarebbe in effetti la difesa del pubblico oggi nel campo della sofferenza mentale? La difesa delle strutture di normalizzazione che abbiamo sotto i nostri occhi?
Nessuna difesa del pubblico può essere qualcos’altro dalla difesa dell’esistente e dunque anche dei processi di normazione e controllo promossi dalle strutture del pubblico (come del privato); semmai qui bisogna far emergere pratiche del comune e dell’autogestione, reclamando allo stesso tempo non solo la fine dei tagli ma tanti soldi per l’applicazione della riforma Basaglia rimasta sulla carta, perché a oggi troppi malati sono lasciati sulle spalle delle famiglie (o della solitudine nelle nostre metropoli) senza alcun tipo di aiuto, ed è su questo terreno che i reazionari provano a rialzare la testa, sfruttando questo disagio reale per provare a riportare indietro l’orologio della storia.
Ovviamente non attestarsi sulle posizioni di difesa del pubblico non significa non riconoscere che le pratiche di autogestione dovranno partire anche da tanti medici e infermieri, che hanno un portato di saperi e competenze indispensabili ad affrontare queste situazioni, e che magari trovano nell’organizzazione e strutturazione attuale dei servizi di salute mentale tanti blocchi, ostacoli e situazioni di mortificazione delle potenzialità che invece un terreno di gestione comune può portare alla luce.
Allo stesso tempo si deve stare anche molto attenti a delle posizioni che possiamo definire “idealiste” e scollegate dalle contraddizioni che la materialità della sofferenza mentale ha, come quelle della tradizione di una parte dell’anti-psichiatria su farmaci e ricoveri ritenuti esclusivamente come mezzi di normazione: non è così, anzi in molti casi senza l’aiuto farmacologico o di un ricovero breve non si potrebbe nemmeno cominciare un percorso di psicoterapia.
Dunque la nostra risposta deve essere lucida e precisa: noi vogliamo subito i soldi ma non per farli gestire dallo stato in questo sistema di normalizzazione intrinseco alle pratiche terapeutiche ma per agganciare queste ultime ai più ampi processi di soggettivazione che proviamo a costruire, guardando al meraviglioso laboratorio argentino dove nella rivolta del 2001 i gruppi di analisi divennero luoghi in cui provare immediatamente a politicizzare una pratica terapeutica che dietro il velo della neutralità nasconde l’accettazione passiva dell’esistente, di questo mondo che viviamo inteso come l’unico possibile e invece da cambiare alla radice.
Inoltre dobbiamo tenere presente che le pratiche di psicoterapia stanno in quell’alveo di produzione di soggettività, ovvero di quelle pratiche che non producono beni materiali ma forme e valori “etici” e di comportamento, al pari della formazione e dell’università, che abbiamo imparato essere dei punti cardine della sovversione del capitalismo contemporaneo.
Bisogna riaprire un dibattito pubblico in questo campo che sia propedeutico a delle vertenze e delle lotte dopo troppi anni di silenzio assoluto, senza lasciare nessuno spazio ai reazionari di vario ordine e grado: aprire una campagna per affossare questo disegno di legge potrebbe essere l’inizio.

25 marzo 2012

NOTAV - Assemblea pubblica sul progetto del TERZO VALICO



Terzo Valico
Un progetto inutile e devastante

La linea ferroviaria Genova-Tortona denominata “Terzo Valico” nasce nei primi anni novanta e da subito si configura come un tracciato inutile dal punto di vista logistico ed economico. Vent’anni di discussione ci consegnano un progetto definitivo con un impatto ambientale incredibile sulla nostra città. L’incertezza sui finanziamenti e la progettazione esecutiva non permette ai cittadini di sapere come cambierà il volto di Novi nei prossimi anni. Discutiamo insieme di questo assalto all’economia, alla salute pubblica, al territorio, alla democrazia.

Ne parliamo con:
Stefano Lenzi responsabile nazionale trasporti WWF Italia
Claudio Giorno Comitato Habitat - movimento NoTav
Mario Cavargna Presidente Pro Natura Piemonte

Comitato novese contro il tav-terzo valico
www.notavterzovalico.info
noterzovalico.novi@gmail.com